Questa non è una rivoluzione.

“Don’t forget the real business of war is buying and selling. The murdering and violence are self-policing, and can be entrusted to non-professionals. The mass nature of wartime death is useful in many ways. It serves as spectacle, as diversion from the real movements of the War. It provides raw material to be recorded into History, so that children may be taught History as sequences of violence, battle after battle, and be more prepared for the adult world. Best of all, mass death’s a stimolous to just ordinary folks, little fellows, to try ‘n’ grab a piece of that Pie while they’re still here to gobble it up. The true war is a celebration of markets.”

(Thomas Pynchon, Gravity’s Rainbow, 1973)

Probabilmente è da qui che si deve partire, dall’aporia della guerra, o meglio, dall’aporia basilare dell’uomo-in-guerra, vale a dire quella tendenza tutta umana alla denaturazione del concetto, alla plastificazione del simbolo, alla riconduzione centripeta della tangente. Tutto ruota intorno a quello che potremmo semplicisticamente definire una mistificazione, ma che a ben vedere non ha nulla di inaspettato, ovvero la sottomissione dell’evidenza alla circostanza, che caratterizza, oggi più di ieri (o quantomeno ne percepiamo maggiormente gli effetti negli ambiti che poi, a ben vedere, sono gli unici di cui ci interessi parlare), l’insorgere di una cosiddetta comunità di persone, o comunque la presenza della relazionabilità e dell’interesse. Non siamo certo qui a parlare di fumosità baldanzose come la morale et similia, di fondo siamo qui (io e quelle poche – necessariamente poche, si spera/presume – persone cui interessa aprire un discorso riguardo a tutto questo) per parlare di immagine e, estensionalmente, di cinema. E la questione che puntella l’intero discorso (e l’intera esistenza di Immagini di Confine) è che, per centrare il discorso, oggi si renda necessaria la definizione di cosa sia questa immagine, o quantomeno di cosa ne sia rimasto. Evidentemente, guardandosi attorno, di parole spese intorno al cinema, e prima ancora di immagini che pretendano di essere cinema, esiste una quantità da soffocarcisi dentro. E, senza dubbio, materialmente il discorso non sussiste: perchè l’immagine non è mai stata prodotta tanto quanto oggi, e questo potrebbe indurre alla semplicistica osservazione che non vada poi così male. Il cinema è un mondo riconosciuto, i festival fanno tendenza, il frame è la nuova forma di iconografia transpirituale. Ma qui interessa far emergere (ma che poi non stiamo mica scoprendo niente eh, perchè alla gente che starà leggendo qui non si dirà nulla di nuovo) che il punto non è che la produzione di immagini non sia mai stata elevata come ora e che questo sia il perno della questione, quanto piuttosto che l’immagine non è mai stata prodotto come ora. Diventa movente insuperbile allora, in un contesto paradossale come questo, la politica dell’immagine prima della sua critica. Se l’immagine è merce di profitto (e lo è tralasciando l’industria del cinema vera e propria, manco ne faremo menzione di quella; ma parliamo proprio di cinema-per-il-cinema, o quello che si vuole atteggiare ad esso), e se lo è in queste dimensioni, allora la guerra è più estesa che mai. E diciamo che si tratta di una situazione paradossale proprio per la natura incendiaria che l’immagine (quella che ancora si trova al Confine) si trova ad assumere in un contesto già di per sé stesso guerrafondaio come quello della prostituzione libera a favor del consumo. Quella è la guerra dei porci, però. Quella Poitiers da cui torna il Carlo Martello alla ricerca di cagne e meretrici, la bagarre vomitevole del tornaconto e del profitto. Mi colpisce spesso, ormai (da quando ho incrociato l’evidenza di una militanza che risveglia il cinema come politica dell’immagine, e sicuramente sapete di chi parlo) la questione che in un contesto di inflazionamento dell’immagine-movimento come questo, la quantità di parole spese intorno al cinema sia tanta come quella che ci si trova attorno, e che la domanda che ne spinge la produzione non esista, e che non si trovi altra risposta a questa domanda (qualora esista davvero) se non l’affermazione dell’avere-una-voce-in-capitolo, o qualcosa del genere. Di fatto si è parte della guerriglia con le pentole tanto quanto lo si è del mercato del fatturabile. Il porsi la sola domanda, qui o altrove, se conti di più l’immagine o la sua valenza politica, questa diventa resistenza. Resistenza armata tanto quanto lo può essere l’immagine, per prendere a prestito un’immagine epifanica emersa da quello che ancora può essere chiamato cinema nel 2018, e che ne porta avanti la sopravvivenza. Stimolare una domanda, questa è l’implicazione comunitaria del parlare intorno al cinema. Una domanda che non estingua il suo desiderio nell’immagine, ma che ne porti a generare autonomamente delle altre, incendiarie, resistenti, spontanee. Questa, però, non è una rivoluzione. Questa non è una guerra come quella che coincide, aporisticamente (e qui l’unica aporia non è quella del concetto, è quella dell’uomo), con il dispiegarsi della compravendita, dello spettacolo e del mercato; questa non è una rivoluzione. Non volendo neanche minimamente entrare in quel letamaio dialettico che circonda la politica delle amministrazioni (dal momento che l’unica politica che ci interessa qui è quella del cinema), basti pensare a quello che rappresenta, oggi, l’immagine di Che Guevara per le calles della Habana. La rivoluzione è morta: se l’immagine della rivoluzione è carta da fatturazione, da foto su Instagram e da stazionamento sulle t-shirt, mercificazione autoevidente e trionfo popolare dell’utile sul fumoso ideale, allora non è la rivoluzione del popolo quella che si deve seguire (e si ribadisce, a scanso di equivoci, ché a tutto voglio essere accostato tranne che alla politica dei politici, che qui si sta parlando di azione ideologica, lungi da me l’armamento militaresco e da idiota black bloc), bensì quella della domanda, dell’indagine, dell’inseguimento, della contrapposizione, della sperimentazione, del senso per sé stesso e della distruzione del profitto. Questa non è una rivoluzione: ma per strada, tra qualcuno, l’immagine ha ancora una sua valenza politica. Non sulle bandiere e non nelle telecamere, ma da qualche parte, sulle strade. E lì deve persistere. En cada barrio.

dav

 

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