Fuck Cinema (Wu Wenguang, 2005)

Probabilmente non c’è commento migliore di quello indicato dal titolo del suo stesso film al lavoro del cinese Wu Wenguang; o meglio, siccome una precisazione qui è d’obbligo, non tanto al lavoro di Wu Wenguang, bensì proprio a Wu Wenguang. Perché talvolta capita che dalle peggiori intenzioni sorga un’epifania svelatoria e basilare, per quanto concepita del tutto fuorchè volontariamente da qualcuno che sotterreresti volentieri per come aveva inteso in partenza ciò che – suo malgrado! – ha creato. Con Fuck Cinema ci si trova dunque di fronte a qualcosa di illuminante, di fondamentale, un manifesto di evidenze necessarie per il Cinema così come si presenta oggi; d’altra parte, risulta anche evidente la completa ignoranza, da parte di chi questo film lo ha confezionato, riguardo alle implicazioni che ci apprestiamo a sollevare e riguardo alla propria, colossale, divergenza tra intenzione e risultato, tra una meschina grandezza auspicata in partenza ed una ignara grandezza raggiunta per l’evidente collasso della propria messinscena. Lo ribadiamo: il film di Wu Wenguang è probabilmente la disamina più lampante della mercificazione dell’immagine, in tutte le sue forme, contro cui ci scagliamo usualmente in queste pagine. E per questo Fuck Cinema è qualcosa di grandioso, di epifanico. Il punto è che a quel mentecatto di Wu Wenguang sia uscita questa roba mentre cercava di far qualcosa di gretto, di venduto, di contaminato, vale a dire smerciare l’immagine della realtà per camparci sopra: un’immagine, peraltro, di cui diviene narcisisticamente feticista in quanto immagine di (apparente) grande sensibilità e (assai meno apparente) grande potenziale di sfruttamento. E la grandezza imprevista del documentario risiede esattamente in questo interstizio cardinale: la dimostrazione che il Cinema oggi, ormai, sia merce di prima qualità, oro colato prima che immagine necessaria. Wang Zhutian, il disperato che Wu riprende onanisticamente nel suo fallimento sempre più prossimo, fa da contraltare alla prima asta di liquidazione del Cinema: lui non immagina il Cinema come necessità politica (intesa etimologicamente come necessità comune, di una – se mai può esistere – comunità), ma come duplice possibilità: per usare le parole stesse pronunciate nel film, “Se fai un film o deve essere un blockbuster o deve partecipare ai festival”. Ora, fermiamoci un secondo intorno a tutto questo: nel film si evidenzia come una delle due opzioni (la prima) sia degradante rispetto alla seconda; ciò che non si evidenzia è quanto anche la seconda opzione sia degradante rispetto al Cinema stesso. Parafrasando la sentenza precedente si legge: se fai un film, o è utile, o è utile. Punto. Perché realizzare un film che vuole essere profondo, vuole essere intellettuale, vuole pretendersi necessario non ha nulla di diverso di fare un film per fare soldi. Sono due forme diverse di utile, ma l’immagine è all’asta allo stesso modo. E qui parliamo di Wang Zhutian che, poveraccio, non ha mezza lira per mangiare due involtini primavera o per dormire con un tetto sopra la testa; fa anche sorridere come abbandoni facilmente i suoi sogni di festival altisonanti davanti all’offerta di far la comparsa per 20 yuan al giorno. Qui parliamo anche – soprattutto! – di Wu Wenguang che i 20 yuan ce li ha per colazione e che i festival li passa sul serio; portandoci cosa? le immagini di chi apparentemente dimostra “vero” amore per il Cinema e che oggi far Cinema per il Cinema, far Cinema impegnato sia impossibile, e questo è il colmo, dal momento che né Wang né tantomeno Wu vogliono far Cinema se non per un ritorno. Umano il primo, forse; meschino il secondo. Ma il colmo è che Fuck Cinema, alla luce di quanto abbiamo detto finora, diventa ancora più grande, alle spalle ignare del suo creatore, allargando lo sguardo anche alle altre due vicende parallele a quella di Wang Zhutian riportate nel film. Prima di tutto, quella di un ragazzo che campa vendendo film piratati in scantinati desolati: intesa da Wu come evidenza dell’ostracismo del regime cinese al film non-blockbuster e delle condizioni a cui il Cinema impegnato debba arrangiarsi a galleggiare in un mondo che non lo necessita; vicenda evidente e fondamentale alle spalle di Wu, tuttavia, come immagine della vendita (o della svendita, che dir si voglia) del Cinema, che si abbassa a mera fonte di reddito sotterranea di un’immagine apatica, chiusa in dvd farlocchi sul mercato nero, per quanto cerchi di credersi importante. Ma il culmine dell’anti-costruzione del doc di Wu Wenguang sovviene alla vista delle “interviste” di un invisibile regista in cerca di un’attrice principale per il suo film. “Cosa ne pensi delle prostitute?” Ecco, non si poteva porre domanda migliore, nelle circostanze che abbiamo evidenziato finora. Qui è il Cinema che si prostituisce, è l’immagine che viene venduta: l’immagine commerciale, sfacciatamente capitalistica, ma pure l’immagine pseudo-intellettuale di Wu, che si costruisce sulla disperazione non tanto perché impulso generativo di esplosione e resistenza, ma sulla disperazione in quanto oggetto di voyeurismo. Fuck Cinema è dunque un manifesto inconsapevole di un collasso; ma di un collasso diverso da quello che avrebbe voluto mostrare, ossia quello del sogno del Cinema impegnato e della gente che lo ama: si tratta di un collasso strutturale della possibilità della generazione per la generazione, lo svelarsi di un traffico mercificatorio che si è fatto più furbo: si vende condannando il vendersi.

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