Videograms of a revolution (Harun Farocki, Andrei Ujică, 1992)

Viene sempre da pensare a quanto inattaccabile sia solitamente una certa forma di schiavismo intellettuale che imperversa un po’ qua e un po’ là e che, tanto più si professa libera posizione, tanto più palesa la propria sottomissione inconsapevole ai dettami del luogo comune; prima di tutto, qui si parla di immagini e poi, secondariamente (ed è solo un corollario), di immagini del Cinema. Continua a leggere Videograms of a revolution (Harun Farocki, Andrei Ujică, 1992)

Phantom islands (Rouzbeh Rashidi, 2018)

L’ultimo, ammaliante lavoro di Rouzbeh Rashidi assume, paradossalmente, le fattezze di un’opera prima, di una metamorfosi creativa volta alla rifondazione ed alla profondità di un oggetto, l’immagine filmica, che dall’essere focalizzata, appunto, sull’immagine in quanto tale ed in quanto fondazione visivo-comunicativa del mezzo Cinema, passa all’essere mezzo di visione-comunicazione del fondamento del Cinema, vale a dire quella Natura che è ambientazione/contestualizzazione necessaria per il Cinema stesso, ergo per l’atto analogico di imprimere immagini (digitali, in questo caso) su di un mezzo di conservazione, divulgazione ed astrazione (il film).  Continua a leggere Phantom islands (Rouzbeh Rashidi, 2018)

Autohystoria (Raya Martin, 2007)

Che il cinema filippino rappresenti oggi uno dei bacini di affluenza di maggior portata e freschezza per il corso turbolento del cinema mondiale degli ultimissimi anni, lo si era già edotto da figure come quella (oramai imponente) di Lav Diaz, ma anche da quelle meno chiacchierate (ma non per questo meno sfavillanti) di autori come Brillante Mendoza, di Jet Leyco e, per l’appunto, di Raya Martin. Continua a leggere Autohystoria (Raya Martin, 2007)

Twin Peaks – The return (David Lynch, 2017)

Si spegne lo schermo.

Starring

KYLE MacLACHLAN

È concluso.

Il flusso straripante partorito dalla ribollente mente di David Lynch ha il suo compimento, e col cavolo che sia qualcosa che abbia la vaga forma di un punto fermo. Le 18 ore che hanno appena azzerato il modo di concepire la serialità televisiva finiscono, ma un mondo è stato scoperchiato. Di fatto niente è finito, se non il girato; tutto il resto è mutevole, cangiante ed ancora in procinto di assumere una forma, in attesa che l’uomo possa dare un nome a ciò che il suo demiurgo gli ha appena donato.

Ma era già successo, o mi sbaglio?

Del resto, “Is it the future or is it the past?

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The House (Šarūnas Bartas, 1997)

Madre. Madre, spesso avrei voluto parlare con te di tutto, ma non l’ho mai fatto. Ma dentro di me, io parlavo con te. Potevo sentirlo, e sentire le tue risposte. Ma ogni volta che vengo qui ad ascoltarti, non posso più parlare con te. Rimango in silenzio. Tutte le parole sono state dette. Dette internamente. E tutte le mie domande, tu hai risposto ad esse, dentro di me. Prima è sempre accaduto questo. Quando eravamo distanti. Distanti l’uno dall’altra. Ecco com’era prima. Come è stato, e mai più potrà accadere. Non importa quanto io lo voglia. Il futuro. Nel futuro io sono libero. Libero, perché ancora non esiste. Non comprendo il presente. Il presente è così sfuggente che non sono certo che esista. –

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The act of seeing with one’s own eyes (Stan Brakhage, 1971)

Che la riappropriazione dialettica, per quanto ormai postuma, del Cinema dovesse passare essa stessa attraverso un atto di morte era fuori da ogni dubbio, ma non è tanto alla morte di un Cinema che può (forse) rivivere che dobbiamo guardare, quanto piuttosto alla necrosi cancerosa che ne ha causato la putrefazione e che, dissimulandosi in silenzio tra le fibre in decomposizione, ne ha occupato il posto dando (non)vita alla sua salma e persuadendo il mondo intero all’adorazione del fantoccio sorto sopra quella carcassa. Continua a leggere The act of seeing with one’s own eyes (Stan Brakhage, 1971)

Sleep has her house (Scott Barley, 2017)

Esperienza in crescendo, questo Sleep has her house (2017), primo test al lungometraggio del gallese Scott Barley, e non si può che parlare di esperienza, immersiva ed (extra)sensioriale, per questo notevole e, paradossalmente, crepuscolare esordio alla regia. Una natura morta, o la morte della natura, che è in sé e per sé un atto di vita, dal momento che la morte è l’attuazione più rigorosa della vita stessa, per quanto, per dirla con Kierkegaard, “nella vita l’unica cosa certa è la morte, cioè l’unica cosa di cui non si può sapere nulla con certezza”. Continua a leggere Sleep has her house (Scott Barley, 2017)

Love exposure (Sion Sono, 2008)

Capolavoro estetico e stilistico del nuovo cinema giapponese, nonché apice del messaggio socio-individuale dell’eclettico e stravagante Sion Sono, Love Exposure (2008) riscrive i canoni del dramma nipponico, tracciando un impietoso, diretto e tuttavia amorevole ritratto della sua società sfilacciata e contradditoria. Continua a leggere Love exposure (Sion Sono, 2008)

La última película (Raya Martin, Mark Peranson, 2013)

I don’t think of film as a purely creative act, I don’t think of film as an egomaniacal act, I don’t think of film as a sexual act, I don’t think of film as an act of ego, I don’t think of film as an act of hybris. I think of film as an act of destruction”.

La sensazione è quella che non potesse esserci epilogo differente per l’epilogo dei film, e che il presupposto testamentario dell’epigrafe cinematografica di Raya Martin e Mark Peranson non potesse che materializzarsi nella morte del film, nel trapasso conclusivo dell’esposizione su pellicola di immagini in decomposizione, nell’estetizzazione del decesso dell’ho visto in favore del non ho (ancora) visto. Continua a leggere La última película (Raya Martin, Mark Peranson, 2013)